Andrea Palladio e i suoi contemporanei





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Andrea Palladio e i suoi contemporanei

L'architettura del sedicesimo secolo

Sarebbe difficile sostenere che Palladio superi per originalità e abilità gli altri architetti che operarono tra il 1420 e il 1580. Questo è infatti un periodo in cui l'architettura viene riconosciuta come forma di espressione culturale eminente, strettamente legata alla rappresentazione del potere, della ricchezza, del prestigio, e viene vista come uno strumento per plasmare, controllare e migliorare il carattere e la qualità della vita sia
pubblica che privata.
Brunelleschi (1377-1446) dimostrò una formidabile inventiva tecnica e strutturale nel disegno della cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze. Nelle altre sue opere egli riscoprì in parte ed in parte inventò un linguaggio di forme e motivi architettonici che ha segnato la strada percorsa dai suoi successori. Leon Battista Alberti (1404-1472) fece ancora di più: egli intuì l'importanza e la potenzialità dell'architettura come spazio della vita sociale e religiosa; e comprese come essa costituisse per gli antichi un corpo articolato di saperi, che permetteva di trovare una soluzione razionale ad ogni questione connessa alla costruzione e al controllo dell'ambiente abitato. Nel suo libro De Re Aedificatoria (scritto prima del 1452, ma pubblicato per la prima volta nel 1485) egli tentò, basandosi su testi scritti e sui monumenti sopravissuti, di riunire ogni aspetto della scienza e dell'arte architettonica dei romani per mostrare come esse potessero essere applicate alle necessità del presente. Alberti non fu solo uno studioso e un conoscitore dell'antichità: il suo spiccato interesse per i materiali e le tecniche derivava dal contatto con gli artigiani, dall'osservazione diretta, dalla sperimentazione e dalla sua pratica architettonica. Alberti non era unicamente un ricercatore sistematico la cui vigorosa intelligenza riusciva a dare una struttura teorica a ciò che osservava e studiava, ma anche un brillante scrittore, un artista con esperienza nel campo della pittura e della scultura, in contatto con i maggiori artisti fiorentini del suo tempo, Brunelleschi, Ghiberti, Donatello e Masaccio. La sua ampia cultura, la sua chiarezza di pensiero e il suo talento artistico si riflettono nei suoi progetti architettonici, che esemplificano e in un certo senso illustrano le idee presenti nel suo libro - un libro che forse egli lasciò senza illustazioni deliberatamente, per non distogliere l'attenzione dal principale messaggio che voleva trasmettere. Il trattato dell'Alberti, insieme a Vitruvio, fu per Palladio il testo chiave per le questioni architettoniche.
Negli anni che trascorse a Roma(1499-1514), Bramante attinse alle idee albertiane e seguì l'indicazione dell'Alberti di studiare gli edifici degli antichi proprio come i letterati ne studiavano gli scritti. Bramante fu il primo ad usare il sistema degli ordini classici quale linguaggio espressivo che può essere impiegato e variato a seconda della natura e della dimensione dell'edificio: l'ordine dorico viene usato sia per il tempietto di San Pietro in Montorio che per il cortile inferiore del Belvedere al Vaticano, ma il piccolo tempietto avrà una delicata cornice lineare, mentre l'enorme cortile del Belvedere una cornice fortemente aggettante sostenuta da mutuli massicci. La risoluta volontà e le grandi risorse finanziarie che papa Giulio II dedicava all'edificazione permisero a Bramante di sperimentare i disegni a vasta scala. Al Belvedere, al palazzo dei Tribunali e a San Pietro Bramante si mostrò pienamente capace di portare avanti progetti unitari, ispirato dalle terme, dal Pantheon e da altri grandi monumenti romani, nei quali la chiarezza strutturale si combinava con l'articolazione murariara e al disegno dei dettagli. Una concezione tanto grandiosa, basata sullo studio attento dell'antico, si può trovare nel disegno di Raffaello per Villa Madama, un'opera che, come la chiesa di San Biagio e il Tempietto di Bramante, fu studiata e disegnata da Palladio.
Nel panorama dell'architettura del sedicesimo secolo, Palladio è una figura d'eccezione. Egli non viene dall'Italia centrale, dove erano nati o avevano svolto il loro apprendistato i più grandi architetti che lo influenzarono, bensì dal Veneto: era nato a Padova, ma dall'età di sedici anni aveva vissuto e lavorato a Vicenza. Non comune era anche il suo tirocinio, che non fu da pittore (come Bramante, Raffaello, Peruzzi e Giulio Romano), né da scultore (come Sansovino e Michelangelo), ma da tagliapietra. Infatti, se non fosse stato per i suoi contatti, a partire dalla seconda metà degli anni trenta, con il nobile e scrittore vicentino GianGiorgio Trissino (1478-1550), Palladio sarebbe probabilmente rimasto un abile ed intelligente artigiano, capace forse di disegnare portali e monumenti funebri, ma senza la cultura e l'abilità intellettuale che in questo momento erano necessarie ad un vero architetto. Certamente egli non sarebbe stato trasformato dal maestro Andrea di Pietro nel famoso architetto Andrea Palladio, secondo il sofisticato nome romano che Trissino inventò per lui.
La figura di Trissino fu determinante per Palladio in molti sensi: era lui stesso un dilettante d'architettura molto dotato che fece dei disegni per ricostruire il proprio palazzo cittadino; a metà degli anni trenta rimodellò anche, in linea con la contemporanea architettura romana, la sua residenza suburbana a Cricoli, appena fuori Vicenza. Trissino, che era stato un membro del ristretto circolo culturale di papa Leone X Medici, e che aveva conosciuto Raffaello, doveva avere ben presente la villa di Poggio a Caiano, ideata dal committente Lorenzo dei Medici e dal suo architetto Giuliano da Sangallo: a Poggio si trova un'anticipazione dell'unione gerarchica di stanze di dimensioni differenti intorno ad un salone centrale voltato tipica di Palladio, ma anche, per la prima volta, il frontone di un tempio applicato alla facciata di un edificio residenziale del Rinascimento. A Cricoli Trissino aveva già impiegato un sistema di stanze di dimensioni diverse, e uno schema di proporzioni interrelate, stabilendo quindi quello che doveva diventare un elemento chiave nel sistema progettuale palladiano.
Trissino ebbe grande importanza per Palladio ancora in altri modi. A livello pratico, egli ebbe quasi certamente un ruolo determinante nel raccomandarlo agli altri patrizi vicentini durante i primi anni della sua attività. E fu ancora con Trissino che Palladio fece quei viaggi a Roma che, negli anni quaranta del Cinquecento, gli rivelarono quel carattere dell'architettura antica e moderna nella città che egli aveva conosciuto fino ad allora solo attraverso il Quarto Libro (1537) e il Terzo Libro (1540) di Sebastiano Serlio. Trent'anni dopo Palladio ricorderà come avesse trovato le costruzioni antiche "di molto maggiore osservatione degne, ch'io non mi aveva prima pensato" (Quattro Libri, 1, p. 5). Queste opere, viste con occhi nuovi in età piuttosto matura, ebbero su di lui un impatto estremamente forte e gli fornirono un'ampia gamma di modelli che egli immediatamente adattò ai suoi lavori. Molto probabilmente Trissino guidò Palladio anche nelle sue prime letture di Vitruvio. Non si sa se Palladio fosse in grado di leggere il latino; ma anche se non lo fosse stato (e comunque non bisogna escludere che egli possedesse una sufficiente conoscenza della lingua) intorno al 1540 era già possibile accedere a molte opere fondamentali latine e greche in versione italiana (il trattato dell'Alberti, ad esempio, appare in una traduzione italiana già nel 1546). Il che doveva essere di grande aiuto agli sforzi compiuti da Palladio per acquisire una cultura di ampio raggio ed assimilare testi che presentavano difficoltà anche agli studiosi.

http://www.andreapalladio.net/cupola_di_brunelleschi_im_25374.htm
Cupola di Brunelleschi






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